Intervista a Simona Petrozzi, co-autrice di “Violenza domestica. Il furto dei figli ed il dolore delle madri”: «Nelle relazioni sulla cosiddetta “famiglia del bosco” il linguaggio tipico della PAS»
«Una mamma ostativa». È questa una delle tante etichette appiccicate sulla schiena di Catherine Birmingham. Il 6 marzo scorso la donna è stata allontanata con la forza dalla casa-famiglia di Vasto, da quel momento i suoi tre figli hanno potuto vederla solo tramite video-chiamate di dieci minuti fatte in presenza degli educatori. La mamma è stata subito giudicata negativamente non solo dalla relazione dell’assistente sociale, ma anche da una parte della stampa mainstream. Perché questo accanimento nei confronti di una madre che non ha mai usato violenza né incuria verso i propri figli? Notturno lo chiede a Simona Petrozzi, imprenditrice impegnata da anni nell’associazionismo, attivista e operatrice antiviolenza. Con Paola Binetti, Raffaele Focaroli e Marina Marconato è autrice del libro “Violenza domestica. Il furto del figlio ed il dolore delle madri” (prefazione di Francesco Menditto e introduzione di Paolo Cianconi – Aracne edizioni, 2025).

Dalla casa fatiscente alla mancanza di cure, dall’assenza di socializzazione all’analfabetismo della figlia maggiore: da novembre 2025 sono state diffuse gravi accuse contro Catherine e Nathan Trevallion. Col tempo sono state tutte smentite, eppure la separazione tra minori e madre è andata via via aumentando: come si spiega tutto questo? «La cosiddetta “famiglia del bosco” presenta abitudini e stile di vita che per alcuni possono essere assolutamente discutibili poiché lontani dal nostro attuale “modus vivendi”. Le accuse iniziali però, spesso eclatanti e mediatiche, si sono rivelate distorte o basate su un pregiudizio culturale verso uno stile di vita non convenzionale. La famiglia e i suoi legali hanno contestato punto per punto queste narrazioni, presentando prove e testimonianze che dimostrano condizioni di vita normali e una forte interazione sociale dei bambini, ribaltando l’immagine dei “piccoli selvaggi” e smontando la tesi dell’isolamento sociale. In questo caso, l’etichetta di “mamma ostativa, alienante, simbiotica, etc…” come si legge nell’ordinanza del tribunale ci ricorda i termini propri usati dall’Alienazione Parentale (PAS). La PAS che come noto è stata sconfessata scientificamente ovunque: ONU, Ministero sanità e non ultimo il Libro bianco del dipartimento famiglia e pari opportunità del Ministero guidato da Eugenia Roccella. Non è inclusa nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) né nell’ICD (Classificazione internazionale delle malattie). È considerata da diverse voci critiche internazionali come una “invenzione giuridica” utilizzata per giustificare il collocamento dei minori presso padri violenti o in case famiglia. Anche la Corte di Cassazione italiana è intervenuta più volte sulla materia, spesso sollevando dubbi sulla sua validità scientifica e ponendo l’accento sui rischi di vittimizzazione secondaria. La madre Catherine viene dipinta come “insistente” e “diffidente” perché difende i suoi figli e mette in discussione gli interventi degli operatori, che a loro volta la vedono come un ostacolo al loro programma. L’atteggiamento difensivo è di assoluta evidenza naturale per una madre che vede i propri figli traumatizzati dalla separazione forzata e viene letto come un’ulteriore prova di “ostilità” e un fattore pregiudizievole per il “bene dei figli”. Sorge il sospetto che l’obiettivo non sia più stabilire la verità, ma neutralizzare il genitore che si oppone al sistema. Mi chiedo davvero quale madre che si veda portare via tre figli piccoli in modo così doloroso possa reagire con serenità e fiducia verso gli operatori».
La sindrome da alienazione genitoriale (PAS) è stata ideata da Richard Alan Gardner, psichiatra forense americano, a metà degli anni ‘80. Che cosa sappiamo di questa figura? «Richard Alan Gardner, lo psichiatra americano accusato di aver giustificato la pedofilia e morto suicida, ha coniato il concetto di Sindrome da Alienazione Genitoriale (PAS) a metà degli anni ‘80 per difendere gli uomini violenti ed abusanti e delegittimare la figura materna derubricando la violenza in conflitto. Gardner è una figura estremamente controversa e critica, che è fondamentale conoscere per comprendere le dinamiche attuali vigenti in molti tribunali del mondo. Innanzitutto, è importante sottolineare che come già detto la PAS non è riconosciuta né dal mondo scientifico internazionale né dalle principali associazioni professionali. Gardner teorizzò la PAS come un disturbo psicopatologico del bambino che, senza giustificazioni reali di abuso o incuria da parte dell’altro genitore (il “bersaglio”), sviluppa una “campagna di denigrazione” a causa della “programmazione” (o lavaggio del cervello) del genitore “alienante” (nella sua teoria, spesso la madre). Gardner suggeriva che la “cura” per i casi di PAS moderata o grave dovesse essere un provvedimento giudiziario drastico: togliere immediatamente l’affidamento al genitore alienante (per lui sempre la madre) per darlo al genitore rifiutato (spesso il padre), forzando il ricongiungimento. Negli USA esistono i cosiddetti centri di “reunification therapy” dove vengono condotti forzatamente bambini che si rifiutano per paura di incontrare il genitore abusante o violento affinché possano ricevere un vero e proprio “lavaggio del cervello” a favore del genitore maltrattante. Una “malattia” che si cura con un’ordinanza del tribunale è, per definizione, un costrutto giuridico, non medico. Le sue teorie sono state ampiamente criticate perché, di fatto, spostano il focus da un potenziale abuso e violenza reale (spesso la ragione del rifiuto del minore verso un genitore) a una presunta patologia del bambino e della madre, trasformando la vittima in carnefice. Questo strumento è stato storicamente utilizzato per delegittimare le madri che denunciavano violenza o abuso sui figli, etichettandole come “alienanti, ostative, simbiotiche, adesive”. Il suo approccio patologico e semplicistico ha creato una distorsione del sistema legale che, applicando la PAS in assenza di validazione scientifica, rischia di sottrarre i bambini alle loro figure di accudimento primario, come si teme stia accadendo in casi come quello di Catherine Birmingham. È fondamentale non confondere mai la PAS con la “violenza vicaria” che è la violenza esercitata dal padre violento e maltrattante per colpire ancora una volta la donna che cerca di lasciarlo attraverso il coinvolgimento dei figli. Purtroppo la PAS arriva in Italia negli anni ’80, importata dagli USA da alcuni psicologi forensi ed entrando nelle università formando migliaia di operatori. Intorno alla PAS si crea un indotto economico enorme declassando la violenza in conflitto genitoriale e mortificando la figura materna. A tale riguardo consiglio di leggere gli scritti di Gardner per avere prova della gravità della sue affermazioni rispetto a violenze ed abusi che subiscono i minori. Oggi la PAS permane ancora in molti tribunali del mondo ma furbamente viene chiamata con altri nomi come “alienazione parentale” o “rifiuto genitoriale”».
Dopo la separazione forzata della madre dai minori la stampa ha iniziato a parlare di litigi tra Catherine e Nathan, presentando il padre come maggiormente aperto e collaborativo. È stato addirittura organizzato un incontro tra assistente sociale e Nathan senza coinvolgere i legali della famiglia. Cosa sta succedendo? «L’episodio dell’incontro tra l’assistente sociale e Nathan senza il coinvolgimento dei legali di famiglia è un fatto indubbiamente grave che non fa altro che confermare i timori dei genitori sulla mancanza di imparzialità e neutralità. Quando una delle parti coinvolte, in un procedimento così delicato e con i bambini già allontanati, intrattiene rapporti non trasparenti o non autorizzati con gli operatori, l’intero processo è compromesso. Da ciò che leggo i legali hanno presentato quindi un esposto formale contro l’assistente sociale incaricata. La contestazione riguarda sia il metodo (pochissimi incontri, ritenuti insufficienti) sia la condotta (presenza sui media e mancata imparzialità). Ciò che sta succedendo purtroppo risulta come un tentativo di delegittimazione totale della madre e un’azione che sembra orientata non al ricongiungimento familiare, ma a stabilire una nuova configurazione relazionale forzata, ignorando il trauma dei minori e le contestazioni giuridiche e fattuali presentate dalla famiglia. Si rischia quindi di privilegiare una procedura piuttosto che il benessere psicologico e l’integrità del nucleo familiare. Mi preme aggiungere che recentemente è uscito un vademecum a cura della Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni redatto con l’aiuto di due tecnici, gli avvocati Marina Marconato e Alessandra Capuano Branca, a tutela dei minori. Il manuale consta di 18 punti per fare chiarezza sulle regole già previste dalla legge nei casi di prelevamento coatto di minori, regole “troppo spesso inosservate”. La Garante ha ricordato che: “La spesa pubblica per i minori in comunità supera 1,3 miliardi di euro l’anno”. Risorse che potrebbero sostenere direttamente le famiglie fragili, come nel caso di Catherine e Nathan, che fino all’ultimo meritavano di essere aiutati nel loro nucleo familiare. I tentativi di preservare l’unità familiare, laddove non vi siano violenze, quando si tratta di minori non sono mai troppi». (Riproduzione riservata)
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